27 Aprile 2014 – Irreversibilità

Guai a saltare una tappa, bisogna sempre raggiungere il fondo per darsi la spinta a risalire.

Funziona così per quelli che, come noi, decidono di vivere all’ennesima potenza, fino ad arrivare a punti di non ritorno.

Irreversibilità, si chiama.

Oggi sento di aver toccato un altro punto, anzi, di aver toccato tutti gli abissi sempre più infimi dell’ultimo mese e con uno sfogo ad alta voce sparso nella nuvolaglia che tornava a coprire il sole, e le povere orecchie di un ragazzo glabro che passeggiava il suo cane sulla spiaggia, ho urlato tutto quello che non andava. Che non va da un bel pezzo, ormai.

Vivo situazioni di un certo peso che metterebbero a dura prova chiunque, ho tutti i motivi per essere in panne, per essere la bisbetica indomabile che si aggira per casa, ho tutte le ragioni per essere stanca a prescindere dal fatto che sia aprile e ci sia il cambio di stagione. Ho tutte le ragioni per dire basta: basta a questo trottolare, tergiversare, basta non vivere il presente ed essere proiettati sempre verso la prossima meta, basta progettare, programmare, voler essere sempre in un posto diverso rispetto a quello che occupo ora, basta. 

Bisogna prendere atto che neanche questo è il mio posto, casa mia, come sapevo sin dal principio. Ci sono nata, in fondo, e da qui sono scappata verso tutto il resto. Non è il posto di nessuno che abbia visto come funzioni il mondo al di fuori di questi confini. E se è una sindrome collettiva, basta accettare di esserne affetti: il mio paesino è un percorso ad ostacoli sin dal taglio del cordone ombelicale: sopravvivi se a 18 anni decidi di guardare oltre vedendo tutto con gli occhi di uno del posto. Questo ti apre mille porte, ti dà mille chiavi, ma non ti permette di poterti riadattare alla realtà che hai lasciato indietro.

Perciò, credo di segnare una data importante prima di questo maggio in cui non ci sarà più alcuna scusa per essere stanchi, e, forse, per non essere felici. Su quella strada di ritorno dal mare, tutto mi è apparso più chiaro: quello che cerco è introvabile nella condizione in cui affronto ora l’esistenza. La mia instabilità è palpabile: e c’è gente che si è innamorata in guerra, racconta il partigiano dello spettacolo che sono andata ad applaudire. Eppure era più stabile di me.

C’è un futuro subito dopo tutta questa confusione prolungata, che si sta formando come un feto e ha la sostanza di una vita da costruire, finalmente. Lo sento, dentro – e fuori da ogni blasfemia, non sono la Vergine Maria.

Si è detto:

– mai più orari e previsioni meteo di altri luoghi che non siano questo sulla schermata del mio smartphone. Questo è il mio luogo impostato. Tutt’al più si può conservare la clemenza dello sfondo fiorato sulla cima imbiancata del vulcano Lanìn (Argentina)

– ho inoltrato le mie ultime candidature. D’ora in poi, BASTA, tranne fosse per l’impiego dell’esistenza. Basta “applicare” per qualsiasi cosa si muova in qualunque posto, basta con questo affanno della ricerca, basta.

– basta mettere carne al fuoco. L’asado è finito, non è più tempo per visitare posti nuovi. Ho esaurito la mia autonoma di invaghimento ed innamoramento per luoghi in cui non vivrò e persone che non rivedrò. Ciò che mi ha arricchito in passato ora finisce per sfiancarmi. Come dice un’amica: sei partita per cercare energia, e torni in deficit. E’ tempo di invertire il senso di marcia: sono tornata già indietro, bisogna capire come e dove andare avanti senza più farsi del male.

– non è una sconfitta: si chiama normalità. Va bene puntare alto, ma rischi che lo sputo ti ricada in faccia. A un certo punto non c’è niente di bello nell’essere straordinari. Farò la magistrale, tornerò a Roma. Punto.

– Per la stessa ragione, il viaggio in Israele dovrà aspettare. E forse pure il secondo ad Istanbul. Basta voli, basta partenze.

– Non è tempo di fermarsi, ma è tempo di tornare a respirare. Finora è come se fossi stata in apnea. Adrenalinico, ma innaturare, e anche mortale, a lungo andare.

– Continuerò a scrivere, però. Continuerò a credere che quel libro sia venuto a bussare alla mia porta. Coi suoi tempi, con le sue voglie. Sfogherò le frustrazioni che non vale più la pena di spiegare ed esprimerò così quello che sarebbe dovuto accadere.

Scriverò.

7 Marzo 2014 – Il ritorno

Non poteva che essere notte per dedicare due parole al passato.

Non ho dimenticato di avere questo spazio…l’ho solo accantonato, in concomitanza con svariate quadrature di cerchio. Che strano effetto fa, rileggersi, adesso. Sembrano passati anni luce.

Fra 7 giorni sarò ufficialmente una laureata ebbasta, senza neo. Di nei, invece, ce ne sono talmente tanti che la pelle sana fa fatica a predominare. Se continuo a sfiorarla è solo perché si porta ancora dietro quell’abbronzatura prepotente cercata con tanto ardore…e le carezze di chi ha saputo aspettare per conquistarla, per poi abbandonarla come la muta di un serpente, una rete da pescatore.

E quindi, sì, dall’Argentina sono tornata, non chiedetemi perché.

Non avevo nulla a cui tornare.

Ci ho pensato tutti i giorni del mio tragitto per quelle strade infinite, senza delimitazioni di corsia, attraversando il verde rigoglioso della Pampa, con le sue vacche grasse al pascolo, e poi il paesaggio che si seccava rapido insieme ai cavalli dalle membra sempre più magre, spezzate dall’arsura del sole. Ci vuole fortuna anche per nascere selvaggi.

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Ho goduto del percorso, dei boschi, dei laghi cristallini a confine col Cile, quando cominciavano a vedersi le Ande, finché non le abbiamo raggiunte. Del mare di Puerto Piramides, sulla costa atlantica, un posto del cuore, dopo aver spaccato il deserto patagonico senza incrociare un’altra auto per ore. Sdraiarsi sull’asfalto, urlare senza che potesse risponderti neppure l’eco.

Allora ho iniziato a non pormi le domande. E, stranamente, le risposte sono arrivate da sole, portate da una folata di vento.

Insomma, l’Argentina tanta roba…compresa quella che mi sono tolta di dosso. I pesi sul cuore, l’anima sporca di quel grigiore, e quei vestiti che dovevano scivolare ai piedi di un divano dopo venti giorni di campeggio.

Il compagno di viaggio è stato un compagno di vita…ma m’ha rimessa sull’aereo. Anzi, ha preferito che verso le ali ci andassi da sola, con tutte le mie insicurezze.

Perciò…sono tornata in Italia. Sono tornata a casa. E qui sto cercando di ricostruire una vita provvisoria che metta a posto qualche tassello fino all’ennesima scadenza, quella di Settembre 2014, in cui dopo questa estate perenne colma di progetti apparentemente aleatori ed utopie che si aspettano di essere sconfessate più che realizzate, vorrò decidere, ancora una volta, la prossima mossa.

La partita di scacchi più lunga del mondo, la vita.

L’Italia mi pare peggiorata. Non si vede la luce in fondo al tunnel. E’ complicato non lasciarsi abbattere da tutto ciò che sembra insormontabile, e poi sentirsi pure dire che le cose non le troviamo perché non le cerchiamo.

Noi? Proprio noi che ci siamo spinti fino ai confini del mondo, pur senza realizzare l’impresa?

Ho visto questo ritorno avvenuto quasi per caso, più come una presa di coscienza che come una sconfitta. L’oroscopo dice che l’indecisione potrebbe essere la mia carta vincente perenne. E che devo prendere la provvisorietà con leggerezza e fantasia, ironizzando su me stessa.

Ebbene allora vivrò, vivrò di solo vivere, come tutti mi intimate. Perciò non mi dilungo sui massimi sistemi divisi per punti per analizzare il mio primo anno con la pergamena in mano. Non l’ho neppure appesa in cameretta, quello spazio di bambina che ora mi sta così stretto, mi spezza le righe di un romanzo già scritto.

Il mappamondo è nel suo scatolo. Sta solo riposando un po’.

13 Dicembre 2013 – I giorni da cani sono finiti

L’ultimo Lamacun di Kardelen, il ristorante turco che ho frequentato più spesso durante la pausa pranzo, si posa sullo stomaco come un macigno. Non avrò una risposta per Istanbul fino al prossimo anno.

Nonostante la gioia di andare via mi pizzichi le vene e faccia ribollire il sangue, chiudere un capitolo é sempre un grande sforzo, un aborto, spontaneo.

La canzone di Florence + The Machine mi risuona nelle orecchie come un inno alla vita, un ritorno alla percezione di me stessa. Anche se sono a quota 3 pacchi inoltrati verso casa e 3 kg in più acquistati in extremis prima del check-in (e ciò non significa che tutto procederà per il meglio fino alla conquista del mio posto 14c) ed é arrivato il momento ufficiale in cui non ricordo più dove ho messo la mia roba: in quale scatola sarà quella maglietta che forse vorrò mettere? Il regalo per papà? I regali dei colleghi?

I regali dei colleghi, sì. Inaspettatamente, due pomeriggi fa si sono tutti riuniti in cerchio nel mio ufficio per consegnarmi alcune specialità “made in Hamburg”

“È per dirti che sei stata tanto utile per noi, e che ci mancherai”

L’onore e l’onere va all’unica collega con cui abbia intessuto un certo rapporto in questi cinque mesi oscuri. L’altro, l’ennesimo papabile principe azzurro che mi ha concesso solo un gin tonic e qualche frecciata, continua a osservare le mie reazioni con quello sguardo languido, e sa, sa quello che provo. Mi traduce ciò che hanno fatto scrivere su un biglietto: “dice, torna presto subito.” Occhi da cerbiatto. Bocca impastata, senza parole. È commozione, ma so che il gesto sincero viene da pochi.

Eppure, viene da qualcuno. Mai come in questi giorni ho realizzato quanto il mio ruolo sia stato fondamentale per l’azienda, e rimpiazzarmi non sarà semplice. Il capo, infatti, vera rovina di un gruppo qualificato e potenzialmente compatto, non mi rivolge la parola eccetto gli ultimi compiti, che passeranno con enorme peso al collega italiano che invece di essermi amico é diventato acerrimo rivale di questa esperienza.

Viel Glück, dicono i tedeschi! Buona fortuna. Ora tutti capiscono che il mio ruolo é passato in sordina solo perchè ho avuto la pazienza meticolosa di un’amanuense nel far funzionare tutto senza grandi clamori.

Sono soddisfazioni, é tutto ciò che porto a casa, anche se non mi riconosco più allo specchio.

Gli squilli del telefono, le urla dei litigi, lo stress delle scadenze disattese, il suono intermittente dei televisori, le luci al neon.

Il cielo rosso della notte di Amburgo, la nebbia del mattino, l’azzurro spento di mezzogiorno.

Never ever again.

I giorni da cani sono finiti.

Da domani posso scrivere un altro capitolo, trovare un altro titolo, senza fretta, senza ansia.

Tornerò, quindi.

E non so dove, ma arriverò puntuale. (Marta sui tubi)

11 Dicembre 2013 – Entusiasmo

“Essere giovani è non possedere se stessi.” (Cesare Pavese)

Così colleziono facce attonite che sembrano dispiacersi della mia dipartita.

“Stai scherzando? Parti sabato? Non ci posso credere, no. Dobbiamo berci una cosa insieme!”

La risposta/domanda più spontanea è: se non l’abbiamo fatto per cinque mesi, perchè dovremmo farlo adesso?

Il calore che mi circonda é finto come l’odore sintetico dell’enorme albero di Natale nell’ingresso del palazzo. Sarà una carrellata di commenti del tutto prevedibili, “ehi, ti auguro ogni bene, sei davvero una persona fantastica, in bocca al lupo!” e quesiti di cui non conosco la risposta: “cosa pensi di fare dopo? Come é andato il colloquio? Stai organizzando il tuo viaggio in Argentina?”

Boh, non lo so, non lo voglio sapere.

Ammiro con distacco il mio lento allontanarmi, ogni giorno qualche pila di vestiti in meno nel mio bunker in cui sembra essere scoppiata la bomba atomica. Ogni giorno in piu che passa mi sento più forte, perché ho superato anche questo, come supererò il check-in di Easyjet con un bagaglio a mano fuori misura.

Mi guardo da fuori, come se non mi appartenessi. Mentre percorro le scale della scuola di tedesco, addobbata di tutto punto in maniera quasi kitsch. Eravamo 30, e siamo appena in 10. Il ragazzo giapponese mi cede il suo libro, é un nuovo tomo che per me sarà inutile comprare, dato che sono alle ultime due lezioni. “You were so good at German, it’s a pity you’re going back”, a parte un immediato “are you kiddin’ me?” e un “back where?” nella mia mente, mi sconvolge il calore di queste poche facce, di colori e sentimenti tutti diversi, a cui sembra mancherò sinceramente.

Penso che di cose ne sono successe, ancora una volta, in un lasso di tempo relativamente breve,Nonostante tutto potrei essere contenta di come ho condotto la mia esistenza, anche quest’anno. Nonostante tutto ogni notte vado a letto pensando che se non dovessi risvegliarmi non sarebbe poi una tragedia, perchè anche oggi ho fatto ed espresso tutto ciò che sentivo dentro, senza rimorsi. E, di conseguenza, una vita senza rimpianti é un lusso che pochi possono concedersi.

Perciò, anche se per 4 nanosecondi ogni 24 ore mi cago letteralmente sotto al pensiero di non poter prevedere neppure Febbraio 2014, ed essere in balia di questo domani che deve ancora nascere, ma si aspetta come il bambino della culla, anche se mi sembra che gli altri costruiscano le loro “case” e gettino fondamenta solide, piantino semi da accudire con pazienza e dedizione…un entusiasmo sopito mi pervade le membra, facendomi camminare ad un palmo da terra.

È quasi finita.

9 Dicembre 2013 – La verità sul viaggio

…è che ne intraprendiamo tutti uno, anche senza volerlo.

Poi c’è chi lo prosegue, lo arricchisce, lo complica, e non potrebbe fare altrimenti. Ti senti speciale, nelle tue strade tortuose, ti senti unico, che spesso fa rima con solo, fino a quando non incontri qualcun altro che ridimensiona la tua realtà. Quello stesso cammino che ti sembrava un’impresa lunghissima diventano passi da condividere, o percorsi intrapresi a distanza pur avendo calpestato lo stesso terriccio, scalato le stesse rocce, piantato le stesse tende, imboccato gli stessi bivi. Senza sapere che esistessimo.

Quel qualcuno è sempre più matto di te, è l’altro, il tuo alter ego. Ti spinge a salire fino in cima, ad assecondare il battito del tuo cuore che non accelera così facilmente come puoi credere. Quel qualcuno crede sempre di aver fatto meno di ciò che ha sul serio intrapreso, cancella il tempo coi suoi racconti di viaggio da cui non è mai più tornato. I viaggiatori si incontrano così, per una serata sola che riescono a dedicarsi, per quel tempo prezioso fatto di incroci sporadici. 

Sven è il quarto coinquilino in sette mesi, la quarta persona che ha riempito il vuoto di questo bilocale che è stato mio, mio rifugio, mia tana…mia casa, si può dire. Un ambiente armonioso quanto poco convenzionale, circondato dalle scarpe dei bambini turchi che prima giocavano sul marciapiedi ed ora si incontrano sulle scale del pianerottolo a scambiarsi consigli sui videogiochi.

Sven esce ogni mattina alle 7, fa l’ingegnere meccanico ed è al suo primo lavoro, di cui lamenta i miei stessi disagi. Lui che, però, è tedesco, di un villaggio di 300 anime attaccato a Berlino. Sven è stato un punto interrogativo sin dall’inizio, mentre si aggirava per l’appartamento col suo marsupio intorno ai fianchi, un outfit discutibile, un sacco di domande, e tanti atteggiamenti che mi ricordano la persona più importante della mia “vita precedente” con cui, nel bene e nel male, ho imparato cos’è l’amore. 

Chiuso nella sua stanza per sere intere, è uscito allo scoperto con un tesoro: il suo tour in bicicletta attorno al mar Baltico, toccando quasi 10 Paesi (perché poi c’ha preso gusto) in 4 mesi, da solo, in una sfida con se stesso. Mi racconta perché ha scelto di partire, di quando ha perso la bussola – nel vero senso della parola – quando gli hanno rubato un paio di guanti, quando pensava di aver preso una multa in Inghilterra per aver “abbandonato” la bicicletta in stazione senza legarla per andare a pisciare, quando ha scalato il Preikestolen (anche lui!), quando ha incontrato i due amici estoni con cui ha pedalato un po’ senza farsi piacevolmente distrarre dalla musica nelle cuffie. 

“Ci sono stati giorni duri. Ma certo, me l’ero cercata. Il viaggio era stata una mia scelta, perciò stava a me ritrovare la motivazione che avevo perso, anche sotto la pioggia, anche di fronte alle disgrazie che non mi sarei aspettato”.

Ed ecco che i Viaggiatori con la V maiuscola hanno firmato un patto con loro stessi. Non possono cedere, si tradirebbero. Poi, però, almeno si lamentano, si sfogano, si confessano reciprocamente le loro fragilità, e si consolano a sapere che essere Viaggiatori non vuol dire essere Super Eroi bensì tornare all’umanità, nella sua massima labile espressione, precaria quanto forte, incerta quanto decisa, umile quanto orgogliosa, generosa quanto egoista.

Ed ecco che i Viaggiatori si separano dopo poco tragitto: lui si rimette il suite che ha indossato per tornare a casa dai genitori, senza però farsi barba e capelli, selvaggio com’era diventato fra un campeggio e l’altro. Ora ha un aspetto good looking, dice, e gli piace camuffarsi in questa maschera quotidiana che vestono tutti gli altri, perché ha un tale equilibrio da sapersela togliere senza farsi intaccare da essa. Mi va bene così, per ora sento di aver visto abbastanza, quando ne avevo voglia. 

La viaggiatrice spezza le parole con gli strappi dell’orribile scotch marrone da pacchi. Lei ne vuole ancora. Affamata di possibilità, non riesce ad ucciderle con una sola scelta. Deve ancora esplorare, cambiare, imparare, tornare – di tanto in tanto – inseguendo la sua irrequietezza di viaggiatrice, forse con la v minuscola. Deve proprio andare, andare, andare.

8 dicembre 2013 – You say Goodbye, I say Hello

Perché in questo momento che stiamo vivendo chissà quante persone si dicono addio, e quante si sono appena conosciute.

Quante stanno partendo per tornare, quante stanno partendo per arrivare.

Quanti bambini vengono al mondo? Quante persone muoiono?

Quanti piangono? Quanti ridono?

Cosa si prova a dare la vita, come si sta ad affrontare la prima prova che questa bastarda ti pone davanti, quando non hai fatto neppure in tempo a salutarla?

In questa riflessione un po’ alla Amelie Poulain, mi aggiravo per le lucine del Natale amburghese, riflesse nel suo consueto grigio. Ho detto uno di quegli arrivederci per cui mi dispiace, ma passano in sordina a dispetto, rispetto a tutte le delusioni che hanno spento iniziativa e speranza.

La mia di vita è di nuovo in uno scatolone, e magari fosse uno.

Immagino a quando avrò una casa fissa a cui recarmi la sera, quella da riempire senza svuotarla più, quella con un bagno in cui lavarmi i denti riflessa sempre nello stesso specchio in cui crescere, invecchiare, ingrassare, dimagrire. Immagino una casa dai troppi stili, troppi colori, colma degli oggetti che mi sono portata dietro da ogni posto del mondo, quelli che sono sopravvissuti al regolare sacrificio dello svecchiamento, quando vieni punito violentemente per la tua sindrome di accumulo compulsivo. Butti tutto, ricompri. Contro la logica del materialismo, ci sei tu, espatriato che rinnovi il guardaroba ogni sei mesi. Mia mamma ha un armadio in cui cerco ancora pezzi di quel vintage che ora va di moda. Io cosa avrò da offrire ai figli che non avrò – come dice una canzone – non solo perché i ragazzi sono tutti o gay o già fidanzati?

Io per ora bestemmio e mi ripeto “mai più”, “non mi muovo più”, e poi “la prossima volta mi porto due stracci” e quindi sto già contemplando una prossima volta che arriverà presto. “Fai questa vita finché senti di averne voglia” dice il mio nuovo coinquilino, il quarto in sette mesi.

Ho voglia di andare via, i bagagli sarebbero già pronti, per la prima volta.

E per la prima volta, parto senza sapere dove li appoggerò ancora, per più di una vacanza.

 

29 Novembre 2013 – Presentimenti

Quando desideri qualcosa, tutto l’universo trama affinchè tu possa realizzarla. (Paulo Coehlo)

Non avrei altro da aggiungere, non riesco a proferire parola.

Mi sento ad un punto cruciale di quel famoso bivio. Sempre lo stesso? Ci hai rotto il cazzo, ditelo. Tu e i tuoi attraversamenti del cuore, questi semafori roventi, sia col rosso che col verde. Questo é rosso. Rosso Istanbul, come il nuovo libro di Ferzan Ozpetek che spero di riuscire a non comprare, perchè sarebbe un’altra piega nelle mie valige che strabordano.

Leggo e rileggo informazioni che conosco, date, quel nome politico che suona come un ritornello, il cui volto ci ha perseguitate in quei pochi giorni di Aprile che sono valsi quando un’esistenza. Non é mica un’interrogazione. Non so com’é, come sarà, cosa ci sto andando a fare. Ho un presentimento lí, alla bocca dello stomaco. Tutto il contrario dei sogni, degli appuntamenti che speravi diventassero storie d’amore e si sono trasformati in disastri, delle “buone vibrazioni” puntualmente rovinate dalle ripicche del karma. Ogni riga ripetuta é un tonfo nel cuore, ogni dettaglio scoperto che non conoscevo é un legame. Racconti, guide, l’humus per cena, la playlist orientale.

Ognuno crede che il mondo sia come quello che vede affacciandosi dal proprio balcone, dice un proverbio bosniaco. Il volontariato internazionale é un’occasione per affacciarsi ad altri balconi.

Erdogan, Atatürk, Gezi park, la minoranza curda, lo scioglimento dell’Impero Ottomano. Butto i fogli per aria, li getto nel cassetto. Tu che c’entri? Tu che ne sai? Tu perchè ci vuoi andare? Cos’hai più degli altri, eh? Pensi di avere qualcosa da dirgli? Di essere più speciale? Hanno subito tutti quel fascino, saranno tutti lì a raccontarlo.

Lo sanno tutti, e non lo volevo dire a nessuno. Tenerlo per me, perchè é un segreto già in frantumi, un’altra lacrima da asciugare.

Erdogan, Atatürk, Gezi park, la minoranza curda, lo scioglimento dell’Impero Ottomano. Leggo ancora una volta, perchè so che dopo martedì non vorrò più sentire parlare di Turchia. Farebbe troppo male.

Andiamo, dico allo zaino. (Luis Sepulvèda)

Sempre lo stesso, inseparabile. Cambio tre case in cinque giorni. Profuga di me stessa.